ELISABETTA MARCHIONI

Rovigo, 1600 ? – 1700 ?

Fantasiosa e policroma pittrice di barocche composizioni floreali

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Elisabetta Marchioni, di origine rodigina, fu una pittrice barocca attiva nel capoluogo polesano tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo, specializzata in nature morte di fiori e frutta.

Non esiste alcuna documentazione sul luogo e sulla data di nascita e di morte, perché non si conosce il suo cognome da nubile e Marchioni è quello del marito. Si ritiene che Elisabetta fosse moglie dell’orefice Sante Marchioni, operante nella piazza di Rovigo, in base alla testimonianza di un certo Francesco Bartoli da Bologna (1745-1806) – il primo a parlare di lei nel 1793 -, un attore e commediografo, appassionato d’arte, che aveva aperto una libreria a Rovigo. Il Bartoli testimonia che “quasi tutte le case di Rovigo possedevano quattro, sei, otto (suoi quadri)”.

Secondo altri, si tratterebbe invece della monaca rodigina Elisabetta Marchiori, unificando le due identità, della pittrice e della religiosa. Elisabetta, rimasta vedova, si sarebbe fatta monaca? D’altronde ci sono dubbi anche sul cognome Marchiori o Marchioni, di scarsa attribuzione polesana. Forse il marito orefice proveniva dalla Toscana, dove l’arte orafa vanta un’antica tradizione. Filippo Pedrocco, autore di un saggio nel catalogo dedicato ad Andrea Brustolon (Skira, 2009), scrive “Elisabetta Marchioni (Rovigo 1650-1700 circa)”.  E. Martini la ritiene attiva anche nei primi anni del ‘700.

La pittrice, molto apprezzata già in vita e quotata ancor oggi a livello internazionale, anticipò con il suo stile le fantasie floreali veneziane riferibili all’ambito di Francesco Guardi, caratterizzate da vasi e recipienti di svelta e quasi impressionistica modellazione, con una base di fondo scuro-rossastro, per far risaltare densi mazzi di fiori fantasiosi.

Spesso confusa con Margherita Caffi, o qualche altro pittore di simile cultura, la produzione artistica di Elisabetta Marchioni si caratterizza in realtà per alcuni elementi peculiari: la collocazione dei recipienti su due livelli diversi per creare cascate floreali policrome ed esuberanti in stile proto-rococò; le composizioni costituite da un vasto assortimento di fiori resi con libertà e fantasia piuttosto che copiati dal vero; le immancabili “cascatelle di verde” e “la spappolatura dei petali nelle rose”.

Della sua vasta produzione, con infinite variazioni sul tema, si è persa per la maggior parte traccia, mentre altre sono state per tanto tempo di incerta attribuzione. Ben poco tuttavia è rimasto nella sua città natale. Un caso a parte è costituito dal paliotto floreale che la stessa Elisabetta donò alla Chiesa dei Cappuccini di Rovigo, oggi conservato nella Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi.

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